Napoli - la nostra saccheggiata memoria
Oh Napoli, la cui bellezza brilla nella notte come una maledizione. Oh città
dai profondi occhi neri e dalle lunghe e forti mani, dalle tue spalle
larghe come l'oceano - ti sei lasciata andare. Hai abbassato lo sguardo,
hai abbassato la guardia; ed eccoti, contaminata come un volgare luogo che
persino i ratti hanno disertato. Napoli e la sua periferia; la città e le
sue terre senza vita, i suoi corpi che hanno perso qualunque cosa; le foglie
e la linfa; il colore e il fruscio che fa sognare gli uccelli.
Napoli è un enigma, un volto dietro altri volti, uno spirito in cui il vizio
e la virtù si mescolano e si scambiano i ruoli, e se la ridono di tutto. Il
cittadino impara che ciò che vede non è ciò che esiste; o piuttosto, ciò che
appare è solo un velo steso su altre cose, dal dramma alla fantasia, dove la
morte danza su una Vespa giù per viali scuri che somigliano a labirinti. La
Morte - uno scherzo dubbioso, una figura; l'evidenza di una stagione, che
sviene. Al momento, ha messo in scena uno spettacolo dato da mucchi di
immondizia che continuano a crescere, sempre più in alto, fino al cielo.
Napoli è un miscuglio, è un piatto cucinato da più mani, con spezie che
provengono da terre lontane e odori che uniscono la quintessenza dei fiori
con i residui putrefatti di sardine lasciate sui marciapiedi dai gatti.
Napoli è una città con talmente tanti amanti che i suoi alberi hanno perso i
loro frutti. I suoi spettri hanno smarrito la loro criniera e le sue strade
hanno perso il loro nome; perchè Napoli è stata seppellita come qualcosa di
cui vergognarsi sotto cumuli di sudiciume su cui prospera il polline della
malattia, del colera e della peste - fate la vostra scelta. Persino il vento
dà il suo contributo nel trasportare il miasma nauseabondo.
Napoli è stata denudata, poi dimenticata, come una sposa abbandonata durante
la prima notte di nozze. Nessuno più la protegge, neanche i briganti che
le devono la loro fortuna.
Come in un deserto dopo una battaglia, i quartieri che vegliavano sulla
bellezza di Napoli sono andati in declino. Sono diventati piaghe aperte
sotto un cielo moribondo, negli occhi sconfitti di estranei disorientati.
Bisogna implorare le parole affinchè esprimano pietà, se vogliamo raccontare
come le ferite di San Giorgio o San Antonio potrebbero essere curate. Devi
chiedere al vento di prendere un'altra strada; non c'è nulla qui per cui
abbia un senso venire.
Si aspettano buone notizie, come durante il tempo di guerra; e non ne
arrivano mai. I sacchetti si accumulano su altri sacchetti e si ergono come
lo sfondo di una rappresentazione teatrale che parla della fine del mondo.
La memoria di Napoli riposa, adesso, in così tanta sporcizia. Cosa potrebbe
una mano, seppur ben intenzionata, tirare fuori da questo magma che non ha
senso? Tutti gli specchi sono impazziti, riflettono altri volti, nuove
immagini in cui i bambini camminano a testa in giù. La paura cresce come una
voce e fa dei buchi nei corpi. Si tratta d'un epidemia - di soldi sporchi e
di trafficanti di tutto ciò che può essere venduto o comprato.
I cani sono tristi. Si aggirano senza meta, rispondendo con lamenti alla
follia degli uomini. E' un mare che arriva fin dove comincia la città, pieno
di oggetti e rimorsi lasciati da Napoli. Tutta l'immondizia parla della
vita; ci sono pelle ed ossa, avanzi di esistenza. Ogni sacchetto contiene
una piccola vita. Ci sono detriti di cucina, cibo andato a male, giocattoli
rotti, uno spazzolino da denti consumato, una scarpa, pomodori marci e molta
merda.
La merda è umana! che luogo comune! che osservazione! C'era bisogno di
questa invasione di schifo per mostrare che l'uomo - guarda un pò - non è
quella creatura raffinata che balla con una rosa all'occhiello. Napoli e i
suoi territori sotto incredibili quantità di spazzatura - è il futuro del
mondo. E' una sorta di violenza che acceca. E gli occhi guardano altrove.
Verso la modestia, forse verso la paura.
Ma cosa accadrebbe se i topi sazi scendessero nella città per una
interminabile parata? E cosa dire se questi cominciassero ad attaccare i
bambini che dormono? Topi e mosche. Topi e corvi. Topi e morte, che
volteggiano sulla città. E' il barile di polvere da sparo di una guerra
senza un nome.
Tra la strada e la città, il letto di un fiume seccato, la frontiera
d'immondizia di un'umanità impoverita. A loro viene detto che le cose
semplicemente stanno così. A loro viene detto che è colpa del governo. A
loro viene detto che si tratta dell'immondizia degli immigrati clandestini,
su cui nessuno può nulla. A loro vengono dette così tante cose che persino i
gatti, i cani randagi e le talpe ci credono.
C'è una stagione senza un nome. Ma è calda e piena d'ombra, piovosa e
metallica; una stagione che brucerà negli occhi dei bambini. Quella che
solleverà tutta la polvere di questo business. La bellezza verrà resa
livida; la memoria ingiallirà; la passione svanirà nella cenere di un fiume
fatto di parole.
Il centro è stato risparmiato. Ma al di là di esso vite (e frammenti di
vite) sono esposte al sole. Cosa fa lì quel divano, in cotone o in pelle;
un'imitazione della poltrona Manchester, lì tra verdura marcia e lenzuola
sporche e lacerate; la ruota di una bicicletta (probabilmente rubata), una
borsa in finta pelle, uno scatolo di cartone pieno di stracci; e rami
asciutti per coprire e nascondere tutto?
I sacchetti sono squarciati come cadaveri dopo una rappresaglia - corpi
aperti verso il cielo, e il sole sopraggiunge attirando tutte le mosche del
mondo. Ciò accade a Pozzuoli, un luogo dove le persone vivono a
rallentatore.
Ma cosa ne è stato della grazia che regnava a Napoli? È sprofondata come la
vergogna o la modestia. E' scivolata via in una mattina quando tutto ciò è
cominciato. Napoli e le sue periferie puzzano di merda e marciume! Stanno
perdendo i loro gioielli per sempre, le loro perle, le loro collane di
corallo; la tiara delle spose e il loro abiti bianchi; La vita è spezzata, e
il tempo sta spezzando tutto ciò che viene gettato via; che nessuno
raccoglie!
A Marigliano, Bacoli o Acerra l'incubo non è più un sogno spaventoso che
sveglia bambini spaventati. L'incubo è una statua, che si erge nel quartiere
per annientare la dignità del popolo onesto; un incubo che cresce giorno
dopo giorno, che rilascia i suoi effluvi e le sue muffe, come in una messa
in scena della sventura che fa a pezzi le persone.
Una lettura politica di questo massacro - è sibillina. Come si fa ad
individuare i responsabili, quelli che tirano le fila, quelli che ne
traggono vantaggio e, in fine, quelli che stanno insultando la città? Duro
stabilire la differenza tra quelli che hanno conservato la loro dignità e
quelli che l'hanno gettata via. Come un vulcano spento, senza più un raggio
di speranza, ci affacciamo al balcone e contempliamo il danno che gli esseri
umani sono in grado di causare. E' la parodia della vita - una vita oscurata
e avvolta in sacchetti di plastica che sopravviveranno a noi per tutta
l'eternità.
E' colpa del vento che sparge tutt'intorno pezzi di carta e di plastica,
dando l'impressione di guardare il mare - un mare bianco e nero, talvolta
grigio. Il blu è stato sacrificato. Un mare pesante e gonfio, come una
vecchia donna che rovista tra i rifiuti in cerca di cibo.
Siamo qui a Villaricca, sull'orlo di una presagita catastrofe. L'orizzonte
abbattuto dalla fatica. Non lo si vede più. Quante ferite da curare! Quante
paure da attenuare!
Noi non portiamo più la testimonianza di tutto ciò nei nostri cuori e nelle
nostre mani. Napoli continua a sprofondare, come una bella donna intontita
dall'alcol. Perde la sua luce, i suoi sogni, le sue illusioni. Che sia a San
Giuseppe, a Monteruscello o a Pianura, le sue stelle sono eclissate. Il suo
cuore non è più lì. Questi mucchi di effimere rovine hanno rotto i suoi
specchi. I suoi occhi pallidi vengono a riposarsi su questa bruttezza e si
guardano intorno cercando un paese in cui dormire.
Quest'albero ridotto pelle ed ossa si erge come a sfidare l'ambiente di
sacchetti che lo circonda. Non serve ad alcuno scopo. E' l'albero di
quest'autunno che ha rovinato la città. E' un albero che fa da testimone,
come la statua di Giacometti, isolato in un deserto di schifo e di rinunzia.
E' orgoglioso e poetico. Un nonsenso su un pontile immobile.
Questa casa è stata assaltata da orde di schifo. E' circondata. I sacchetti
presto arriveranno in alto e, sommersa, essa sparirà come in una fiaba del
tempo che perde le sue radici. Per il momento, si tratta di territori
occupati, dal destino incerto. Noi continuiamo a vivere e morire qui. Per
uscire dalla bara, le braccia distese in avanti per sgomberare il cammino,
appena per il tempo necessario a creare una via d'uscita; poi tutto torna al
suo posto, in un'eternità che spezza il cuore.
René Char ha ditto, "Nessun uccello ha il cuore di cantare in un cespuglio
di domande". In questa fauna di spazzatura che si decompone all'infinito,
nessun poeta ha il cuore di cantare le bellezze di Napoli. L'uccello non
abita più l'albero. L'albero non ha più la dignità di un albero. I poeti
sono in lutto a causa di tanta, organizzata bruttezza. Nessun ulteriore
diritto alla frivolezza; nessun ulteriore spazio per il vecchio dibattito -
Napoli versus Venezia. Un'immagine rovinata. Un cuore stretto e
stropicciato. Nessun ulteriore sapore può essere estratto da questo spreco
monumentale.
Ci sono numerosi percorsi che conducono a Napoli, ma solo una memoria: la
residenza della segretezza. Tutti questi sacchetti attorno alla città sono
rumori assordanti. Gli uomini gridano, e nessuno li sente. I sacchetti
avanzano come trasportati verso la città da un vento malefico. I bambini ne
sono divertiti; poi, rattristati, si accontentano di sognare una città
pulita governata da mani pulite, protetta da voti puliti. Napoli aspetta il
suo Redentore.
Forse si tratta solo di un'allucinazione. Il giorno e la notte si
intrecciano nella carta stagnola. E' una questione di solidarietà, come
quando Napoli era una città aperta. Una città imbiancata a mano, i seni che
sfidavano il crimine e l'ignoranza. Napoli non sarà il rottame o l'errore di
un dramma da cui così tanta umanità si è assentata.
Tahar Ben Jelloun
Marzo 2008